Samudra Manthana: L'oceano cosmico di latte
Ricordo un ponte di pietra corroso dal tempo, la polvere della strada che si alza al nostro passaggio e due file interminabili di statue senza testa. Da un lato e dall’altro del passaggio, figure scolpite sembravano stringere tra le mani un serpente di pietra titanico, tirandolo in una gara di forza.
Attraversando le aree più isolate della Cambogia, incontri villaggi letteralmente fermi nel tempo, dove purtroppo echeggia ancora una forte sofferenza, orfana del regime di Pol Pot. Parli con le persone che semplicemente cercano di riprendersi la propria vita e ritrovare una parvenza di normalità. E poi noti quel dettaglio visivo, ovunque, che viaggiando continua a ripresentarsi in forme diverse: un lungo serpente e figure alleate a tirarne le estremità.
Per i miei occhi da visitatore occidentale, abituato alle forme e alle geometrie della nostra architettura, quelle sculture restavano un mistero.
La sera prima della nostra visita ad Angkor Wat, la curiosità era troppo forte. Volevamo dormire presto perché la sveglia avrebbe suonato alle tre e mezza del mattino per permetterci di vedere il sole sorgere sul parco archeologico cambodiano.
Dopo qualche secondo passato a cercare risposte sul telefono, la mia partner si gira, e rompendo il silenzio dice: "Ma tu lo sai che si tratta del mito della zangolatura dell’Oceano Cosmico di Latte?"
Ho fissato il soffitto della camera per un istante, sorpreso, prima di lasciarmi sfuggire un’esclamazione spontanea: "E ora che caspita è una zangolatura?"
Lo sguardo curioso sul mito degli altri
Prima di immergersi tra le onde di questo oceano mitologico, vale la pena fare una pausa di riflessione.
Per ragioni culturali e geografiche, la nostra formazione ci espone quasi esclusivamente alla mitologia classica. Siamo cresciuti tra le divinità dell'Olimpo, le battaglie dell'Iliade e i viaggi dell'Odissea. È naturale considerare quelli come i miti per eccellenza, guardando alle narrazioni di altri continenti con distacco o smarrimento.
Eppure, a ben pensarci, quanta assurdità c'è anche in un toro che procrea con una regina minoica o in Zeus che si trasforma in una pioggia d’oro. Ma quelli li troviamo affascinanti semplicemente perché ne possediamo il codice culturale.
Per cui, accostarsi alle storie degli altri richiede di spogliarsi del sospetto e riscoprire una curiosità pura. Ogni mito, ovunque sia nato, è il tentativo umano di dare forma all'invisibile.
Il mito e il legame tra induismo e buddhismo
Nella cosmologia indiana, la zangolatura dell'Oceano di Latte, nota come Samudra Manthan, è uno degli episodi più grandiosi. È un racconto nato originariamente nel solco dell'induismo, ma che la cultura buddhista ha fatto proprio nel corso dei secoli.
Quando il buddhismo si è diffuso nel sud-est asiatico, assimilò molti simboli e divinità preesistenti per raccontare le proprie verità spirituali. Ecco perché ad Angkor Wat, un complesso nato induista e poi convertito al buddhismo, il mito è visibile in ogni angolo. Per i buddhisti Khmer, gli dèi e i demoni che lottano rappresentano le forze cosmiche dell'universo e la costante tensione interna dell'animo umano verso l'illuminazione. Una sorta di metafora inizialmente dicotomica che, attraverso la costanza del movimento, finisce per dissolvere ogni contrapposizione. Nel momento in cui la zangolatura raggiunge il suo apice e l'oceano restituisce i suoi tesori insieme al suo veleno, la distinzione tra bene e male sfuma. Le due polarità non sono più nemici in lotta, ma forze complementari che, mescolandosi, danno vita alla complessità del reale e aprono la via verso l'illuminazione.

La leggenda narra che dèi (Deva) e demoni (Asura) decisero di allearsi per raggiungere un obiettivo comune, ossia ottenere l'Amrita, l'elisir dell'immortalità. Per farlo dovevano zangolare, cioè agitare ed energicamente sbattere l'immenso Oceano Cosmico, esattamente come si fa con il latte per ricavarne il burro.
Usarono il monte Mandara come perno e Vasuki, il re dei serpenti Naga, come corda. Avvolsero il serpente attorno alla montagna e da un lato tiravano i demoni, mentre dall'altro tiravano gli dèi. Perché il monte non sprofondasse nel fango del fondo, Vishnu intervenne incarnandosi nella tartaruga gigante Kurma, posizionandosi sul fondale per sostenere l'intero peso dell'impresa.
Da quell'agitazione titanica emersero tesori inestimabili, la dea della fortuna Lakshmi e infine l'elisir. Ma affiorò anche un veleno mortale capace di distruggere il creato, che il dio Shiva inghiottì per salvare il mondo, trattenendolo nella gola che da allora divenne blu.
Trame culturali tra cielo, arte e architettura
Durante l'agitazione dell'oceano, dalle schiume cosmiche nacquero le Apsara, le ninfe celesti della mitologia indù e buddhista. In Cambogia la danza Apsara non è mai stata una semplice esibizione estetica, ma una vera e propria arte sacra dove ogni singolo movimento delle mani e la curvatura impercettibile delle dita raccontano un preciso passaggio cosmologico, trasformando la preghiera in gesto visibile.
Nel momento culminante del racconto, la narrazione si intreccia in modo indissolubile con l'astrologia vedica. Quando l'elisir finalmente affiorò, il demone Svarbhanu cercò di berne un sorso camuffandosi tra gli dèi, ma il Sole e la Luna se ne accorsero avvertendo Vishnu, che lo decapitò con il suo disco divino. Avendo però già sfiorato l'immortalità, la sua testa visse come Rahu e il suo corpo come Ketu, trasformandosi nei nodi lunari che ancora oggi, secondo il mito, rincorrono gli astri creando l'ombra delle eclissi e ricordandoci l'eterna tensione del cielo.
Questa cosmologia non si limita ai racconti, ma prende forma fisica nella pietra. I ponti d'accesso ad Angkor Thom, che conducono verso il cuore del complesso sacrale, contengono esattamente 54 dèi e 54 demoni per lato. La somma dà 108, un numero profondamente sacro in molte tradizioni orientali, che specchia i cicli dell'universo, la suddivisione delle costellazioni e il ritmo profondo del tempo divino.
L'immagine del serpente Naga, infine, incarna la guardia silenziosa di questa soglia spirituale. Lontano dal concetto occidentale del rettile come simbolo di inganno o male, il Naga è venerato come protettore primordiale dell'elemento acqueo e come corda sacra che unisce il mondo terrestre a quello trascendente, custode di quel confine labile tra ciò che conosciamo e ciò che dobbiamo ancora comprendere.
Viaggiare per rimanere bambini
Seduto in quella capanna isolata in Cambodia, ad ascoltare e decifrare per la prima votla quella storia, mi sono sentito esattamente come quando da bambino ascoltavo per la prima volta i racconti omerici. Ricordo l'entusiasmo travolgente quando scoprii l'Odissea e dissi per la prima volta che volevo essere come Ulisse e non come Achille. Volevo esplorare, conoscere e capire, piuttosto che cedere alla sola forza bruta.

Continuare a viaggiare serve a questo, ossia a restituirci quel senso di meraviglia elementare. Spesso siamo circondati da un clima di sospetto. C'è una tendenza quasi involontaria ad incutere terrore verso ciò che è diverso o lontano, descrivendo il mondo come un luogo perenne di pericoli.
Poi viaggi, guardi le cose senza filtri e ti accorgi che la realtà ha sfumature molto più accoglienti e complesse di quelle che ci vengono trasmesse.
In Cambogia ho ascoltato dai locali racconti sul periodo dei Khmer Rossi che non si trovano in nessun libro di testo universitario. Storie vive, umane, dolorose ma piene di dignità.
Viaggiare non è accumulare destinazioni, ma praticare l'ascolto di altre storie e quindi immergersi nell' Art of being.
È il modo più bello per ricordarci che non siamo il centro del mondo, perchè forse un centro non esiste.
Forse, siamo solo spettatori inconsapevoli ed inconsciamente curiosi di un oceano immenso che continua a essere agitato.


