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L'ottuplice sentiero

Nel primo articolo di questo viaggio vi ho raccontato di quella notte in Olanda, del lockdown, dell’odore d’incenso di Chetya e di come mi sia reso conto che l’unica cosa che potevo fare era smettere di scappare dal dolore.


Abbiamo visto le Quattro Nobili Verità: la diagnosi che il Buddha fa della nostra mente. E poi, nel secondo scritto abbiamo parlato di Vipassana, siamo scesi sul cuscino da meditazione per capire come la visione profonda e l'equanimità ci aiutino a "vedere le cose come sono davvero", un respiro alla volta.


Ma a un certo punto arriva la domanda da un milione di dollari. Ok, ho capito che la vita è impermanente (Anicca). Ho capito che soffro perché mi attacco alle cose (Dukkha).

E adesso? Come ci vivo lunedì mattina nel traffico? Come rispondo alla mail di quel collega che mi fa salire la pressione? Come amo senza distruggere?


È qui che entra in gioco la Quarta Nobile Verità: l’Ottuplice Sentiero.

Se le prime tre verità sono la diagnosi della nostra febbre quotidiana, l'Ottuplice Sentiero è la ricetta medica. Ma prima di esplorarlo, voglio fare una chiarezza che per me è fondamentale, ed è la ragione per cui mi sono avvicinato a questo mondo: per me il Buddhismo non è assolutamente una religione. Non ci sono dei da pregare, non ci sono altari su cui sacrificare la propria libertà e non c'è nessuna verità calata dall'alto a cui credere per cieca devozione. Lo stesso Buddha è stato incredibilmente chiaro su questo. Non si è mai proclamato un dio né un profeta. Diceva sempre ai suoi discepoli di non credere a una sola parola delle sue lezioni soltanto perché a pronunciarla era stato lui. Vi paragonava il suo insegnamento all'oro: "Così come l'orafo saggia l'oro tagliandolo, sfregandolo e fondendolo, così voi dovete saggiare le mie parole. Non accettatele per mero rispetto nei miei confronti."

Il suo era un invito all'empirismo puro: ascolta una visione filosofica, prendi lo strumento, provalo sulla tua pelle, testalo, mettilo alla prova del nove e, se funziona, adattalo a te stesso. Se non funziona per te, lascialo andare.


L’Ottuplice Sentiero è esattamente questo: non un decalogo morale di "comandamenti", ma una cassetta degli attrezzi per la vita vera, un laboratorio pratico in otto passi per imparare ad abitare la realtà senza farsi continuamente male da soli.


Non una scala, ma un’orchestra

La prima trappola occidentale è pensare a questi otto punti come a una scalinata: fai il punto 1, poi passi al 2, fino ad arrivare al livello 8 e vincere il diploma da illuminato.

In lingua Pali, la parola usata è Ariya Aṭṭhaṅgika Magga.

Aṭṭhaṅgika significa letteralmente "fatto di otto fattori". Non sono gradini, ma gli otto petali di un unico fiore. Sbocciano insieme: se ne trascuri uno, l'intera fioritura ne risente.

I maestri dividono tradizionalmente questi otto aspetti in tre grandi aree: Saggezza (Paññā), Etica (Sīla) e Mente/Concentrazione (Samādhi). Vediamoli spogliati da ogni retorica, portandoli giù dal cielo e piantandoli dritti nella nostra quotidianità.


1. La dimensione della Saggezza (Paññā)

È da dove si parte, ma è anche dove si torna. È lo sguardo che si affila.

  • 1/8 Comprensione Corretta (Sammā Diṭṭhi): Significa semplicemente guardare la mappa prima di mettersi in viaggio. È la capacità di ricordarsi, anche nei momenti bui, che tutto passa e che ogni intenzione è un seme (Kamma) che, prima o poi, darà i suoi frutti nella nostra mente e nella nostra vita. È smettere di pretendere che il mare sia calmo quando ci siamo tuffati in mezzo alla tempesta.

  • 2/8 Intenzione Corretta (Sammā Saṅkappa): Prima di agire, da dove parte la tua spinta? È mossa dal desiderio di possedere, dal rancore, dalla paura? O parte da un atteggiamento di benevolenza e rinuncia all'ego? L'intenzione corretta è decidere di non armare la propria mente prima ancora di uscire di casa.


2. La dimensione dell'Etica (Sīla)

Qui la filosofia si fa carne. Nel Buddhismo l'etica non è una punizione o un senso di colpa, ma un atto di pura igiene mentale. Se fai del male fuori, crei un inferno dentro.

  • 3/8 Parola Corretta (Sammā Vācā): Le parole sono pietre o carezze, non c'è una via di mezzo. Parola corretta significa smettere di usare la lingua per pettegolezzi, bugie, manipolazioni o insulti. Significa chiedersi prima di parlare: "È vero? È necessario? È gentile?". Se la risposta è no, il silenzio è una forma altissima di meditazione.

  • 4/8 Azione Corretta (Sammā Kammanta): Tradurre la compassione nei gesti di ogni giorno. Non uccidere (e qui rientra la scelta che vi raccontavo di provare a mangiare vegetariano), non rubare, non usare il sesso o il corpo altrui come uno strumento di consumo. Rispettare la vita in ogni sua forma.

  • 5/8 Sussistenza Corretta (Sammā Ājīva): Come ti guadagni da vivere? Guadagnarsi il pane con un lavoro che danneggia gli altri esseri viventi, che vende veleno, armi o illusione, crea una dissonanza cognitiva profonda. Guadagnarsi da vivere in modo etico significa far sì che il tuo lavoro sia un prolungamento della tua pratica, non la sua negazione.


3. La dimensione della Mente e della Pratica (Samādhi)

È la palestra interiore. Senza questo allenamento, la saggezza e l'etica rimangono solo belle teorie lette su un libro.

  • 6/8 Sforzo Corretto (Sammā Vāyāma): La mente è come un giardino. Sforzo corretto significa due cose: non innaffiare i semi della rabbia, dell'avidità e del giudizio quando spuntano, e piantare costantemente i semi della presenza, della pazienza e della gentilezza. Non è uno sforzo muscolare, ma una costanza gentile.

  • 7/8 Presenza Corretta o Consapevolezza (Sammā Sati): È il cuore della Mindfulness e della Vipassana. Essere qui, ora. Quando lavi i piatti, lavi i piatti. Quando ascolti una persona, ci sei davvero, non stai preparando la risposta mentre quella parla. È la capacità di osservare ciò che accade dentro e fuori di noi senza reazione automatica.

  • 8/8 Concentrazione Corretta (Sammā Samādhi): È la capacità della mente di unificarsi, di non farsi frammentare dalle mille notifiche e dalle ansie del futuro. È la quiete profonda che si sviluppa quando ci sediamo sul cuscino, chiudiamo gli occhi e impariamo a far posare la polvere dei pensieri.


Nessun dogma, solo un laboratorio aperto

Vedi, la bellezza di questo percorso è che ti lascia la totale responsabilità e libertà di sperimentare. Quando provo ad applicare l'Ottuplice Sentiero nella mia vita, non lo faccio perché "si deve fare" o perché me l'ha detto qualcuno. Lo faccio perché, provandolo sul campo, mi rendo conto che quando uso parole dure, la mia mente si intossica. Quando corro senza presenza, sbatto contro gli spigoli dell'esistenza. Quando coltivo la consapevolezza e l'ascolto, la vita smette di essere uno scontro continuo e diventa una danza, anche quando fa male.

Non serve credere a nulla di astratto. Non serve ritirarsi in una grotta sull'Himalaya. L'Ottuplice Sentiero si testa al supermercato, in famiglia, al lavoro, nelle crepe della nostra quotidianità imperfetta.

È una strada che non finisce mai di essere percorsa, ma ogni singolo passo fatto con presenza cambia la qualità del nostro stare al mondo.


Ragazzo sorridente con il Taj Mahal alle spalle

Un respiro alla volta, si riparte sempre da qui.

Con Mettā,

FreeElf



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