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La mia esperienza Vipassana in Spagna

6 giorni fa
Tempo di lettura: 8 min

Nel corso dello scorso articolo abbiamo esplorato le fondamenta del Vipassana e i pilastri su cui si poggia questa disciplina millenaria. Oggi, però, vorrei fare un passo indietro per raccontarvi come la mia strada si sia incrociata con questa pratica, quali approcci io abbia seguito e perché, pur ritenendola un'esperienza preziosa, sia fondamentale affrontarla con profonda consapevolezza.


Come ho scoperto il Vipassana

La mia curiosità per la meditazione è sempre stata viva, fin da quando ero piccolo. Il punto è che non sapevo davvero da dove iniziare, poiché non si trattava di un concetto radicato nella cultura italiana. Così ho cominciato a informarmi, a leggere e a sperimentare diverse forme di meditazione, inseguendo la convinzione che esistesse un metodo "migliore" o magari ricercando la pratica meno occidentale e meno conosciuta, forse anche per sentirmi speciale.


Ricordo ancora una delle mie prime chiacchiere con un monaco buddhista: gli chiesi proprio quale fosse il miglior metodo meditativo che potessi adottare.


"Vedi, è come sapere che c’è dell’acqua nel terreno e che per trovarla devi scavare. Puoi scegliere vari punti, ma a un certo momento devi fidarti della tua intuizione per continuare a scavare sempre nello stesso luogo. In altre parole: prova più meditazioni, ma una volta trovata quella che ti fa stare bene, con la giusta pazienza, datti tempo e cerca di raggiungere l'acqua. Non esiste il metodo migliore in assoluto; esiste la meditazione giusta per te."


Scoprii il Vipassana quasi per caso e iniziai a praticarlo a casa, con un effetto quasi paradossale, perché finivo per sentirmi persino più stressato di prima. Sulla carta sembrava tutto così semplice. Non forzare il respiro, osservare ogni sensazione o pensiero che affiora e lasciarlo andare. In teoria la cosa più naturale del mondo, ma nella pratica vi garantisco che è stata una delle prove più difficili che abbia mai affrontato. All'inizio ho cercato di fare da autodidatta, comprando libri, cercando community di meditatori in Europa per scambiare due parole e guardando decine di video. Poi ho scoperto che esistevano dei ritiri "ufficiali" anche qui da noi, e a quel punto mi sono detto che l'unico modo per capirci davvero qualcosa era buttarsi sul serio.


S.N. Goenka e Vipassana Tradizionale, struttura e differenze

Credevo esistesse un solo metodo Vipassana, ma ho scoperto che non era così non appena ho iniziato il mio primo ritiro in Spagna. Lì si praticava la variante reinterpretata da Goenka, incentrata sull'osservazione condotta esclusivamente da seduti, a volte in solitudine e a volte in gruppo.

Il metodo Goenka rappresenta la forma più diffusa al mondo ed è celebre per i suoi ritiri di dieci giorni completamente gratuiti, sostenuti solo dalle donazioni degli ex studenti. Questa scuola si distingue per una struttura estremamente precisa, rigida ed egualitaria, fatta di una routine identica per tutti, discorsi serali registrati dallo stesso Goenka e un focus chirurgico sulla scansione corporea.


Nelle sue forme più antiche, legate alla tradizione Theravada del sud-est asiatico, il Vipassana Tradizionale può invece variare molto a seconda del maestro e del centro. In quel contesto si trova spesso più spazio per la meditazione camminata, per il dialogo e per l'interazione diretta con gli insegnanti, attraverso ritmi che si adattano maggiormente alla risposta del singolo praticante. Comprendere che la visione di Goenka è un’ottima codificazione ma non l’unica esistente aiuta ad accostarsi a questo cammino con maggiore elasticità mentale.


Ma quali sono esattamente i precetti da seguire durante un ritiro Goenka e come si articola la routine quotidiana?

All'arrivo tutti gli studenti firmano un impegno a rispettare per dieci giorni i cinque precetti fondamentali del Buddismo Theravada.

Il primo è non uccidere, ovvero astenersi dal distruggere qualsiasi essere vivente, ragione per cui la cucina è strettamente vegetariana o vegana e si evita persino di schiacciare gli insetti. Il secondo è non rubare, astenendosi dal prendere ciò che non viene spontaneamente donato. Il terzo è la totale astinenza da ogni attività sessuale, garantendo il celibato assoluto per tutta la durata del corso. Il quarto è non mentire, che nei fatti si traduce nel rispetto del Nobile Silenzio. Il quinto è l'astensione da qualsiasi sostanza intossicante, senza eccezioni per alcol o droghe.

Per chi ha già completato almeno un corso da dieci giorni si aggiungono altri tre precetti di approfondimento. Il primo è il digiuno serale dopo le dodici, motivo per cui a quell'ora i vecchi studenti interrompono l'assunzione di cibo solido e alle diciassette possono bere solo un tè o una tisana, mentre ai nuovi partecipanti è concesso consumare della frutta. Il secondo è l'astensione da qualsiasi forma di ornamento, cosmesi o intrattenimento personale, per spogliare l'attenzione da ogni vanità superficiale. Il terzo è la rinuncia a letti o sedute troppo comode e rialzate, preferendo la semplicità essenziale come supporto per coltivare l'umiltà e la presenza.


La vita all'interno del centro è regolata da norme molto chiare. Il Nobile Silenzio vieta la parola, il contatto visivo, i gesti e i messaggi scritti verso gli altri partecipanti, lasciando la possibilità di parlare solo con l'insegnante per chiarimenti sulla tecnica o con la gestione per problemi logistici.

Tutta la tecnologia viene consegnata all'accettazione insieme a libri, quaderni e musica per creare un ambiente privo di distrazioni. Uomini e donne vivono in aree rigorosamente separate, dagli alloggi fino alla mensa e agli spazi per passeggiare. Infine non sono ammessi riti o oggetti religiosi, dunque rosari, cristalli e immagini sacre vengono depositati all'arrivo per evitare di sovrapporre altre pratiche al metodo.


La Routine Giornaliera

La giornata inizia prima dell'alba e prevede circa 10-11 ore di meditazione complessive.  

  • 04:00 – Sveglia con la campana.  

  • 04:30 – 06:30 – Meditazione nella sala principale o nella propria camera.  

  • 06:30 – 08:00 – Colazione e pausa.  

  • 08:00 – 09:00 – Meditazione di gruppo obbligatoria in sala (Adhiṭṭhāna, forte determinazione, in cui si cerca di non muovere mai mani o gambe).  

  • 09:00 – 11:00 – Meditazione guidata (in sala o in camera secondo le istruzioni).

  • 11:00 – 12:00 – Pranzo (il pasto principale della giornata).

  • 12:00 – 13:00 – Riposo e colloqui individuali facoltativi con l'insegnante.

  • 13:00 – 14:30 – Meditazione in sala o in camera.

  • 14:30 – 15:30 – Meditazione di gruppo obbligatoria in sala.

  • 15:30 – 17:00 – Meditazione guidata.

  • 17:00 – 18:00 – Pausa tè (frutta per i nuovi studenti)

  • 18:00 – 19:00 – Meditazione di gruppo obbligatoria in sala.

  • 19:00 – 20:15 – Discorso della sera (Discourse) di S.N. Goenka (videoregistrato). È il momento teorico in cui viene spiegata la logica della pratica del giorno.

  • 20:15 – 21:00 – Ultima meditazione in sala.

  • 21:00 – 21:30 – Spazio per domande all'insegnante.

  • 22:00 – Spegnimento luci e riposo.


Ragazzo medita sulla Montagna

Come mi sono sentito durante e dopo il ritiro

È difficile spiegare a parole cosa si prova durante un ritiro e forse non è nemmeno del tutto corretto farlo, per evitare di influenzare l'esperienza di chi legge. Voglio comunque aprire una piccola parentesi. Ci sono stati momenti di profonda quiete alternati ad attimi in cui la mente cercava disperatamente una via di fuga. Non è raro vedere persone che abbandonano il percorso prima del termine. Se dovesse accadere non c'è nulla di male e non va vissuto come un fallimento, ma piuttosto come il corpo e la mente che segnalano con chiarezza che per il momento va bene così. Credo inoltre che non sia necessario condividere ogni dettaglio. Certe dinamiche, certi sblocchi ed emozioni che emergono durante ore di silenzio è giusto che rimangano in una sfera intima.


Ricordo bene la fatica dei primi giorni e quella domanda costante che mi bussava in testa, chiedendomi cosa stessi facendo lì e se fosse davvero quello il modo migliore di spendere le mie ferie. Ricordo però con uguale nitidezza come, dopo circa cinque giorni, sia affiorata una prima sensazione di inaspettata leggerezza.

Durante la pratica sono riemersi vari traumi del passato che credevo ormai superati e, non so bene per quale strano cortocircuito della mente, in quel silenzio ho iniziato a visualizzare la mia vita come una grande lasagna emotiva. Ogni strato rappresentava un nodo o un peso accumulato nel tempo e la meditazione era diventata il mio modo per sfogliare quella lasagna, tagliando via uno strato alla volta per renderla finalmente più leggera e digeribile.

È stato allora che ho avvertito uno stato di leggerezza quasi alterato, al pari di quello che possono provocare alcune sostanze. In quel momento ho compreso come certe scorciatoie ricreative non siano altro che un tentativo rapido di raggiungere uno stato che la meditazione autentica ti regala con molta più calma e presenza conscia, smontando quella frenesia tutta occidentale che pretende di avere tutto e subito.


Uno dei ricordi più belli e curiosi che porto con me riguarda l'incredibile varietà delle persone presenti. C'erano partecipanti arrivati da ogni angolo del mondo, con le estrazioni e i background più disparati, appartenenti a qualsiasi credo, fede e provenienza religiosa. Ricordo di essere rimasto sorpreso nel vedere due preti seduti lì a meditare insieme a tutti noi. Osservarli in quel silenzio condiviso è stata la conferma visiva di quanto la ricerca interiore vada ben oltre le etichette, le appartenenze o i dogmi religiosi.


A esperienza conclusa ciò che si porta a casa non è un'illuminazione cosmica, ma una straordinaria sensazione di limpidezza. Una sorta di reset mentale che restituisce la capacità di osservare la realtà con meno reattività emotiva, a cui si aggiunge il beneficio inestimabile della disconnessione totale dal telefono. Al termine del ritiro la mia presenza era così nitida che riuscivo a ricordare ogni singolo sogno fatto durante la notte.


Ricordo che per festeggiare la fine del corso decisi di mangiare un cornetto al pistacchio e bere un Cappuccino al mio Bar preferito di Barcelona. Il mio corpo lo rifiutò immediatamente in modo viscerale. Era il segnale inequivocabile di un organismo che si opponeva a un rientro troppo brusco nella frenesia quotidiana.


In conclusione: come trovare i ritiri ufficiali e muovere i primi passi

Il Vipassana è una disciplina davvero alla portata di tutti, a patto di affrontarla con la giusta maturità e predisposizione d'animo. Il mio consiglio, prima di compiere un passo così importante, è quello di preparare un minimo il terreno. Vale la pena informarsi attraverso qualche lettura, guardare video di approfondimento e magari cercare centri locali che offrano incontri di gruppo per iniziare a prendere confidenza con la pratica.


Un aspetto fondamentale da tenere a mente riguarda l'etica della disciplina. Diffidate sempre da chi vi chiede denaro o propone corsi a pagamento. Tutta questa tradizione si basa sul principio della gratuità e della condivisione del Dharma, ovvero l'insegnamento. La pratica deve essere accessibile a chiunque e sostenuta esclusivamente su base donativa e volontaria.


Per trovare i centri ufficiali del circuito Goenka in tutto il mondo il punto di riferimento è il portale dhamma.org, dove sono elencati tutti i corsi e i relativi calendari. Quando aprono le iscrizioni i posti vanno a ruba nel giro di pochissimi minuti, ma non scoraggiatevi se trovate il corso subito completo. Il consiglio che vi do è di iscrivervi comunque in lista d'attesa. Le rinunce dell'ultimo minuto sono all'ordine del giorno e molto spesso si riesce a rientrare.

Se poi dieci giorni di fila vi sembrano un blocco insormontabile per cominciare, ricordate che esistono anche brevi ritiri introduttivi o weekend di meditazione guidata. In alternativa si può scegliere di partecipare ai ritiri nei panni di volontario, vivendo l'esperienza attraverso il servizio verso gli altri, che è un altro modo profondo per coltivare la presenza.


Il silenzio fa paura soltanto finché resta uno sconosciuto. Quando impariamo ad abitarlo davvero, ci rendiamo conto che è uno dei doni più preziosi che possiamo fare a noi stessi.







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