Australia: Into the Wild
Aggiornamento: 14 ago
Ci sono decisioni non razionali, almeno apparentemente. Sono decisioni che prendi con la pancia, o forse con il cuore, dopo aver passato mesi (o anni) a soffocarle sotto il peso di "ciò che sarebbe giusto fare" oppure "chissà cosa penseranno gli altri".
Esattamente, gli altri chi?
Quando ho deciso di partire per l’Australia, non stavo solo pianificando un viaggio. Stavo cercando, per la primissima volta nella mia vita, di fare una scelta che non fosse condizionata da nessuno: una ragazza, da un lavoro o dalle aspettative della mia famiglia. Volevo una scelta che fosse solo ed esclusivamente mia, con tutta la responsabilità e le conseguenze che si portava dietro.
Nei prossimi articoli vi parlerò di burocrazia, di Working Holiday Visa, di costi, ostelli e di come ho vissuto in Western Australia. Ma prima c'è la storia di come ci sono arrivato. Perché prima di preparare uno zaino, il cuore deve "convincere" la mente che è okay imparare a saltare, saltando.
Il richiamo della natura (e di quel canguro mai visto)
Sono sempre stato attratto dall’idea di vivere immerso nella natura, ma venendo da una grande città come Napoli non ho mai vissuto una vera cultura del campeggio o della vita "outdoors". La prima volta che ho comprato una tenda avevo già 23 anni, vivevo in Olanda. Ricordo ancora l'emozione, quasi infantile, mentre cercavo di montarla sotto le stelle: ci ho messo un alba per capire come funzionasse.
L'Australia, per me, ha sempre rappresentato l'amplificazione di tutto questo. Volevo fare surf (anche se la mia media è pessima, diciamolo), volevo vedere un canguro dal vivo e, soprattutto, volevo andare nel posto più lontano possibile. Desideravo vivere ricconnetendomi con l'essenziale, cercando di scrollarmi di dosso quelle "scorie occidentali.

Volevo vivere into the Wild.
Durante i miei primi momenti di forte malessere mentale sul lavoro, sarei voluto fuggire subito. Ma per varie situazioni personali non potevo farlo. Il tempo passava, io rimuginavo. Avevo persino comprato un altro biglietto aereo in passato, con l'assicurazione annullamento, bloccato dalla paura di non sapere cosa stessi facendo. Poi, dopo due anni di dubbi e paure comprensibili, è arrivato il punto di svolta: basta calcoli, si parte.
Una domenica di primavera a Barcellona
Era una domenica di fine primavera a Barcellona. Ero seduto al solito bar italiano dove facevo colazione la mattina: espresso, cornetto (O briochè come si dice al Nord) e la lettura del Periodico in cartaceo per esercitare lo spagnolo e capire la politica del Paese che mi ospitava.
La Spagna mi ha reso chi sono oggi, la porto nel cuore e mi manca immensamente. E' un posto magico. Ma quella mattina, mentre sorseggiavo il caffè, ho capito che una fase della mia vita si stava chiudendo, la fine dell'inizio forse? Ho preso il telefono e ho comprato quel benedetto biglietto.
Perché proprio Perth? Perché mi affascinava l'idea che fosse la metropoli più isolata del pianeta. E credetemi: quando ci arrivi, ti rendi conto di cosa significhi davvero essere isolati dal resto del mondo.
La preparazione: domande, zaini e la fisica delle emozioni
Siamo abituati a voler controllare tutto. Quando decidi di cambiare vita, la mente inizia subito a tempestarti di domande. Che visto devo fare? Dove dormo le prime notti? Come faccio a trovare lavoro?
Ho sistemato la burocrazia del visto e ho prenotato un ostello per le prime due settimane, dicendomi che il resto l'avrei capito a sud dell'equatore.
Poi c'era la questione bagaglio. Il mio storico zaino arancione della National Geographic, il compagno di avventure che mi aveva seguito in tutta Europa, negli Stati Uniti, in Canada e lungo due Cammini di Santiago, era ormai distrutto. Ho dovuto pensionarlo e comprarne uno nuovo di zecca. Un substrato vuoto pronto a riempirsi di una nuova vita.
La notte prima di partire non si dorme. La gente intorno a me cercava di supportarmi, ma sentivo che nessuno capiva davvero fino in fondo la mia scelta. Pensavo che crescere con l'età e con l'esperienza si imparasse a fare il callo agli addii e alle partenze. Per me non è così. Ogni trasferimento ha sempre il sapore drammatico ed entusiasmante del primo giorno.
All'aeroporto, mia madre piangeva, io piangevo. Avevo una sensazione di vuoto allo stomaco mista a un formicolio elettrico al palato. Una scossa fortissima che mi diceva una sola cosa: sono vivo, cazzo.
L'arrivo a Perth e il fischio pirandelliano
I primi giorni a Perth sono stati una freccia sparata a mille all'ora. Tra un jet-lag tremendo che non mi faceva chiudere occhio e il costo dell'ostello, la testa viaggiava a mille e la voglia di fare diecimila cose contemporaneamente mi travolgeva. Mi svegliavo alle 5 del mattino con il sole già alto, stanco morto, ma profondamente felice. C'era profumo d'Australia nell'aria, sono saprei spiegarlo diversamente.
Se c'è una cosa che questo viaggio mi ha insegnato fin dai primi istanti, è che non importa quale sia il tuo "viaggio in Australia".
Che si tratti di prendere un volo per l'altro capo del mondo, di licenziarti da un lavoro che ti consuma, o di uscire da una situazione che non ti rende felice: FALLO.
Ascoltare le proprie esigenze non significa essere egoisti. E anche se lo fosse per un momento, esiste un'accezione positiva dell'egoismo che si chiama autoconservazione della felicità.
Seguire quel richiamo, quel fischio pirandelliano che ti dice che c'è altro la fuori, è un atto di forte coraggio. Stai dicendo a te stesso "hey, per una volta nella nostra vita decidiamo con la nostra testa". E se pensi di non saper ancora spiegare le ali, stai tranquillo: imparerai ad aprirle mentre stai già volando.
Compralo quel cazzo di biglietto. Scrivi a quella persona. Inizia quel progetto. Comprendi l'arte dell'essere in tutte le sue forme, le sue sfumature.
Vola, into the Wild.



